mercoledì 3 febbraio 2016

Pechino


Il viaggio a Pechino (14-28 aprile 2005) è stato per me il più particolare, straordinario e shoccante della mia vita.
Si è svolto nell’ambito dei viaggi curricolari previsti dalla mia scuola, che vista la destinazione e dato che si trattava del primo rapporto con la Cina, è stato deciso di affidarci all’esperienza dell’Associazione Intercultura (conosciuta nel mondo come AFS), che ogni anno invia in e riceve da tutto il mondo ragazzi per scambi studenteschi e medi-lunghi periodi di residenza e studio.
Al viaggio hanno partecipato undici persone, di cui otto studenti, due insegnanti e un ospite.

I dati, i nomi e le informazioni che seguono sono tratti principalmente dal diario che ho tenuto durante tutto il soggiorno.

Vorrei cominciare parlando della città, delle persone che ho conosciuto e del comportamento di queste in alcuni casi.
I primi aggettivi che mi vengono in mente riguardo a Pechino sono caotica, sporca, puzzolente. Spero che nel frattempo, anche in occasione delle Olimpiadi del 2008, qualcosa sia stato sistemato, perché la mia esperienza in questo ambito è stata tutt’altro che positiva. Catapecchie fatiscenti a dir poco e palazzi popolari lasciano talvolta spazio a grattacieli e costruzioni modernissime; venditori ambulanti e senzatetto che raccolgono bottiglie di plastica per racimolare qualche centesimo scompaiono di fronte ai centri commerciali alla maniera occidentale che, a mio parere, tanto stridono con l’identità cinese. Detto questo, le case all’interno possono anche essere pulite e ben arredate, come è stato il mio caso.
La mia famiglia era infatti, da quello che ho capito, piuttosto benestante (la madre lavora in banca), con una bella automobile, il mio “fratello” cinese era un tipo emancipato e vivace, dagli hobby molto simili a quelli di un comune ragazzo occidentale. Mi sono trovato molto bene con loro, non mi hanno fatto mancare niente, tranne la buona cucina di casa…
Per quanto riguarda le norme di comportamento, anche in questo caso ci troviamo di fronte a enormi contraddizioni: uno studente è obbligato a pensare solo alla scuola e alle attività collegate (sport, musica, teatro), e a nient’altro, gli è fatto divieto infatti di avere (almeno ufficialmente) una ragazza o un ragazzo, di uscire la sera, di andare in un bar, perché potrebbe fargli perdere tempo destinato allo studio. Di conseguenza, gli insegnanti sono venerati e considerati educatori più importanti dei genitori, e possono impartire punizioni anche gravi ai ragazzi, ad esempio la pulizia dei locali della scuola. Dall’altro lato, le persone adulte si comportano talvolta in malo modo, almeno per i nostri gusti: mi sovviene una scena al ristorante in cui il nostro “papà” ha avuto un atteggiamento molto maleducato nei confronti del personale, non so perché; inoltre, il comportamento a tavola non è dei più corretti, sempre secondo il nostro modo di vedere, ma vorrei lasciare questa parte all’immaginazione…

La parte più interessante riguarda però i luoghi che abbiamo visitato.
Il primo posto è naturalmente occupato dalla Grande Muraglia (si chiama così in cinese, non “Muraglia Cinese”!), cui ci siamo recati un sabato: abbiamo avuto la possibilità di camminarci per un breve tratto, nel caos delle centinaia di turisti, e di fare dei piccoli acquisti. Questo tipo di esperienza giustifica da solo il viaggio.
Successivamente, è d’obbligo citare altri luoghi di interesse interni alla città. Il Museo delle Arti Povere non è un museo: è un agglomerato di botteghe dove artigiani specializzati producono oggetti e li vendono. Piazza Tien an men da sola è grande come una piccola città, vi soffia sempre un forte vento secco, ed è come noto la sede di tutti i monumenti di propaganda governativa, ma non solo. Vi sorge infatti la Città Proibita, cioè la vecchie residenza delle concubine dell’imperatore, cui solo lui e i servitori eunuchi potevano accedere: oggi è tutt’altro che proibita, anzi è uno dei luoghi più visitati.
Durante i quindici giorni di permanenza, ci siamo recati con frequenza anche fuori città.
La memoria va subito a un tempio buddista chiamato Xi shan ba da chu, situato sul fianco di una collina, ricco di statue, monumenti, e con un grazioso corso d’acqua nel mezzo: un luogo di pace e tranquillità che pare lontanissimo dal traffico cittadino. Tornando dalla Muraglia, è possibile visitare le tombe della dinastia Ming: a dire il vero, non mi è mai stato chiaro dove fossero le tombe, ma anche solamente i leoni e gli altri animali che sorvegliano il sentiero lastricato suscitano un certo fascino (stile “Mulan” per capirci). Vorrei ricordare inoltre la residenza estiva dell’imperatrice CiXi, una serie di edifici monumentali affacciati su un grazioso lago. Due sono state le nostre visite a luoghi molto particolari: il primo è un villaggio biologico, ovvero dove si produce rispettando l’ambiente, riciclando, utilizzando energia pulita (in Italia e in Europa sono molto diffusi, ma vi assicuro che in Cina è una mosca bianca); il secondo è un orfanotrofio per bambini molto piccoli nati con malformazioni, fondato e finanziato da una famiglia americana.

È giunto il momento di parlare della scuola.
Come ho già detto, l’istruzione e il rispetto per gli insegnanti e i luoghi di studio sono obbligatori e centrali nella vita un ragazzo cinese. Le lezioni, cui ho avuto la fortuna di partecipare, si svolgono in maniera molto silenziosa e ordinata, il professore parla e gli studenti ascoltano, intervengono solo se interpellati, subiscono punizioni si vario tipo in relazione allo sgarro compiuto.
La forza del regime si vede, come è ovvio, anche e soprattutto qui. Ogni lunedì tutti gli studenti (parliamo nel mio caso di qualche migliaio) si pongono in file ordinate nel campo da calcio, guardano l’alzabandiera, ascoltano prediche da parte di insegnanti o altre autorità, in assoluto silenzio.
Nonostante tutta questa attenzione alla forma, posso assicurare che almeno la mensa e i bagni sono tutt’altro che efficienti né puliti come dovrebbero. Anche qui mi affido alla vostra immaginazione…

A scuola, però, abbiamo avuto la fortuna di partecipare ad alcune lezioni certamente fuori dall’ordinario: non solo alcune ore dedicate allo studio di un piccolo frasario cinese, ad esempio saluti, presentazione, e cose simili, tenute da insegnanti di inglese che quindi potevano facilmente tradurre; parlo soprattutto di lezioni riservate a noi di arte, grafia, disegno, taglio, Tai Chi, cui credo poche persone possono dire di aver partecipato.

martedì 2 febbraio 2016

Budapest


Sono stato due volte a Budapest, ma in questa sede vorrei concentrarmi sulla seconda (giugno 2014), che è più recente e quindi più viva nella mia memoria, e perché si è trattato di un soggiorno più lungo del primo.

Abbiamo deciso, la mia ragazza e io, di visitare questa città perché si presentava molto conveniente a livello di prezzi, sia del biglietto aereo che del pernottamento, e anche e soprattutto per incontrare un mio vecchio amico che non vedevo da parecchi anni, conosciuto addirittura in Cina (vedi post su Pechino). Siamo stati una settimana nella capitale ungherese, e anche in questo caso affermo senza dubbio che la merita tutta.
Il mio amico e la sua ragazza sono stati molto disponibili, ci sono venuti a prendere e poi ci hanno anche accompagnato all’aeroporto, sono venuti assieme a noi diverse volte nelle nostre escursioni. Hanno contribuito insomma a rendere questa vacanza indimenticabile, sicuramente una delle migliori finora!

Riassumo brevemente i luoghi visitati.
In centro, indicativamente tra le sponde del Danubio e Deák Ferenc tér, troviamo la Basilica, la Sinagoga, il Parlamento (consiglio assolutamente la visita guidata), e l’Opera (merita anch’essa una visita). Nella zona di Hősök tere (Piazza degli eroi, con tanto di monumento commemorativo dei grandi re magiari) sorge il parco Városliget, davvero enorme, che offre tutta una serie di attività all’aria aperta, ospita un lago, lo zoo, il bagno termale Széchenyi (il più famoso e forse il più grande della capitale), il castello Vajdahunyadvár (costruito in occasione dell’Expo del 1896 con una commistione di stili architettonici unica). Quest’area richiede una giornata intera: per lo spuntino consiglio caldamente la pasticceria Gundel. Finora ho descritto la parte della città di Pest, più recente e anche più facile da girare vista la conformazione e il transito di diversi mezzi pubblici (metro, tram, autobus, filobus) a tutte le ore del giorno e della notte.
A Buda, una volta attraversato il fiume, domina il castello: vecchia residenza reale, ospita ora la Presidenza della Repubblica e la Galleria Nazionale.
Per rilassarsi, consiglio lunghe passeggiate lungo il Danubio, oppure sull’Isola Margherita (Margit-Sziget), sede dell’omonimo festival musicale. Da non perdere anche la gita in battello, che permette di conoscere e vedere la città da un punto di vista peculiare, soprattutto al crepuscolo mentre si accendono le luci.

Merita una visita, tempo permettendo, anche il lago Balaton, situato a circa un’ora di treno dal centro e facilmente raggiungibile. Si tratta di una vera e propria stazione balneare, con tanto di stabilimenti, giochi, attività, negozi, bar e ristoranti. Attenzione: l’acqua è piuttosto fredda!

Per quanto riguarda la sera, anche qui non c’è che l’imbarazzo della scelta: pub, club, ristoranti di tutti i tipi e per tutte le tasche. Il paradiso de giovani è nei pressi di Károly utca, sede della movida cittadina.
A noi però è successo qualcosa di speciale: durante il nostro soggiorno si festeggiava il venticinquesimo anno dalla fine della dittatura (Szabadság, semplicemente “libertà”), con un grande concerto gratuito, con Omega (storico gruppo ungherese) e Scorpions (sì, proprio quelli di “Wind of change”). Migliaia di persone, nessuna tensione, una grande festa, ottima musica. Cosa si può desiderare di più?

Abbiamo insomma lasciato un pezzo di cuore a Budapest, e non vediamo l’ora di tornarci.

Lisbona


Città bianca e meravigliosa appollaiata sul fiume “che già sembra il mare”. Prezzi accessibili. Laureando in lingua portoghese che brama per qualche fonte originale. Che ne dite di una settimana a Lisbona?
Butto l’idea a mio fratello e ad un amico, lo stesso del Cairo, e decidiamo per la prima settimana di agosto: per un questione di convenienza, ne esce un sabato-domenica successiva, cioè otto notti.
Inizio col precisare che chi penserà che una settimana da passare in una città, peraltro piuttosto piccola, senza mai praticamente uscirne, è moltissimo tempo, cade secondo me in errore. Vediamo perché.

Abbiamo predisposto una tabella di marcia piuttosto tranquilla (per i miei standard), più o meno un monumento/luogo di interesse ogni mezza giornata, tranne quelli che necessitano più tempo o più lontani. Provo a stilare un rapido elenco.
Il quartiere di Belem, zona ovest della città, lungo il fiume, merita certamente una visita: il Monumento ai naviganti e la Torre ci ricordano che un tempo le navi degli esploratori partivano proprio da qui; il Monastero dei Gerosolimitani è un capolavoro barocco imperdibile; una sosta alla Pastelaria de Belem, custode della ricetta originale dei pasticcini alla crema (pastéis de nata) lisbonesi, è un peccato di gola che vale la pena di commettere.
Spostiamoci dall’altra parte della città, a Oriente (questo anche il nome della zona). Già la stazione della metropolitana, sottostante quella ferroviaria, è un’opera d’arte: si tratta infatti di una creazione firmata da Antonio Calatrava, come peraltro anche altri palazzi adiacenti. Una volta usciti, si è già nell’area dell’Expo del 1998, con il Parco delle Nazioni, il Pavilhão (ora area concerti e spettacoli), l’Oceanário; inoltre vi sono molti negozi e bei ristoranti nei dintorni.
Concentrandoci ora sul centro, bisogna per forza di cose distinguere tra la parte alta, non per niente denominata proprio Bairro Alto (quartiere alto), sede di alcuni monumenti ma soprattutto cuore della movida, e la parte bassa, la Baixa. Qui si concentrano i maggiori luoghi di interesse, come la Piazza del Commercio, con in mezzo la celebre statua del poeta Luíz Váz de Camões, la Piazza del Rossio, tristemente nota per le esecuzioni in età medievale e moderna, il Castello di San Giorgio e la cattedrale, leggermente defilati.
Altri quartieri che meritano una visita sono la Graça, se non altro per il miradouro (belvedere), da dove si ammirano la città e i ponti sul fiume Tago, raggiungibile tramite lo storico tram 28; la Alfama, solo per perdersi nelle sue viuzze e scoprire scorci impareggiabili; Campo Pequeno e l’arena.
Già abbiamo stilato una bella lista, ma davvero ogni angolo di questa città è una meraviglia a sé.

Propongo inoltre due o tre gite fuori porta. Dico due o tre perché si possono accorpare.
Noi, ad esempio, abbiamo visitato Sintra, cittadina molto vicina alla capitale, con il suo castello in cima a una collina e la Quinta da Regaleira, palazzo davvero particolare con un parco da cartone animato, grotte, passaggi segreti, piccoli labirinti…eccezionale!
Da qui si può prendere un simpatico autobus scoperto, tempo permettendo, che ti scorrazza per stradine e paesini fino all’oceano, più precisamente a Cabo da Roca: si tratta del punto più a occidente del continente europeo. Non c’è niente: un monumento a picco sulla scogliera, che reca dei celebri versi dedicati dal già citato Camões proprio a questo luogo, vento impetuoso che sembra venire dall’infinito, e il sole che muore. Quindi, è come ci fosse tutto. Spero davvero che ci possiate andare un giorno.

Infine, per gli amanti del mare, dalla capitale si arriva in poco tempo, con il treno, nella località balneare di Cascais, vicina al più famoso Estoril (sede del circuito di motociclismo e di esilio della famiglia reale dei Savoia). Si tratta decisamente della patria europea degli amanti del surf, ma è frequentata anche da famiglie, in quanto l’acqua vicino alla riva non è molto profonda, e non mancano luoghi da visitare.

Insomma, cosa state aspettando?!

Il Cairo


Il mio soggiorno al Cairo si è svolto in maniera piuttosto particolare: si è trattato di tre giorni, inclusi quello di arrivo e quello di partenza, durante una settimana a Sharm-el-Sheikh. Tale situazione si è venuta a creare considerando, tramite un’agenzia viaggi, il costo di un viaggio di qualche giorno in Egitto (Il Cairo e Alessandria, oppure una di queste due), maggiore rispetto a quello di una settimana in villaggio turistico, volo interno per la capitale e due notti in hotel nella stessa. Incredibile! L’unica scomodità era la partenza a Bologna di mattina presto e l’arrivo la sera tardi, ma in fine dei conti in questo modo abbiamo guadagnato quasi due giorni pieni di vacanza.
Quindi, io e il mio amico che aveva proposto il viaggio abbiamo scelto questa opzione.

Poco da dire rispetto al villaggio turistico, tutto molto bello, organizzato, varie attività fra cui scegliere, mare stupendo e caldo nonostante il periodo (fine febbraio 2009). Tanto che poi, in occasione di una vacanza con i miei genitori, abbiamo deciso di recarci nello stesso resort.

Per quanto riguarda il Cairo, mi è da subito apparsa come una città molto caotica (ne avrei ben presto avuto la conferma una volta nel traffico), regolata visibilmente da raccomandazioni e conoscenze, forse da corruzione, inclusa quella delle forze di polizia. Per esempio, appena arrivati all’aeroporto e necessitando un taxi, abbiamo chiesto a un vecchietto che ci faceva anche tenerezza, che però è stato allontanato in malo modo da un poliziotto, il quale poi ci ha scortato da un suo “amico”. Va bene…
L’hotel era davvero lussuoso per i nostri canoni, con ristorante annesso, centrale, bastava scendere in strada e mischiarsi alla folla.

Però gli approfittatori sono sempre in agguato: la prima sera ci ferma un tale che si presenta in modo gentile e si offre di farci da guida, ci porta in un ristorante “fidato”, dove paghiamo sicuramente più del dovuto e comunque sopra la media, poi ci fa andare nel suo negozio di souvenir: compriamo due cose e poi teliamo.
Il giorno dopo, un altro personaggio ci si avvicina dicendo che offre un servizio di taxi, per andare dovunque, e ci propone un buon prezzo (a nostro giudizio) per accompagnarci alle piramidi di Giza. Era una destinazione obbligatoria, quindi accettiamo. Una volta lì, sembra non si possa entrare se non scortati dalla guida (NON è vero), ci dicono che si può andare a cavallo o con il cammello (perché non a piedi?): morale della storia, paghiamo di nuovo un prezzo esoso per sti due cavalli e la guida, che comunque si è dimostrata utile e ci ha fornito molte informazioni e curiosità. Alla fine della giornata, ritorniamo in città e siamo invitati nel negozio dello stesso tassista per un tè e magari acquistare dei souvenir. Per quanto mi riguarda, ho acquistato a quello che ritengo una cifra accettabile un bel papiro, lungo circa un metro per trenta centimetri di altezza, sviluppato in orizzontale, che ancora tengo appeso in camera.

Oltre a queste esperienze, abbiamo sfruttato il nostro tempo per visitare il famosissimo museo egizio, a mio modo di vedere caotico come tutto il resto, con migliaia di reperti ma scarse informazioni (quando presenti), e per una bella passeggiata lungo il Nilo, durante la quale per caso abbiamo anche intravisto l’ambasciata italiana.

Nonostante tutto quello che ho descritto possa sembrare negativo, si tratta di una città da visitare assolutamente, magari aspettando tempi migliori per la politica locale.

Brighton


Il viaggio a Brighton ricorda, in un certo qual modo, quello a Norwich, non fosse altro perché si trattava sempre di Inghilterra, perché la nostra permanenza era regolata da una tabella di marcia e da orari molto simili, e perché eravamo ospitati da famiglie.
Presenta però anche molte diversità: è stato infatti molto più lungo (quattro settimane), non eravamo presenti come “classi” ma come “migliori” studenti del nostro anno, provenienti da due scuole (noi di Treviso più o meno ci conoscevamo tutti almeno di vista), la nostra attività principale non era lo studio ma il lavoro, sotto forma di stage istruttivo…
Ma passiamo a descrivere il tutto nel dettaglio.

Il viaggio era stato proposto dalla nostra scuola alle classi quarte, con un bonus per i migliori studenti delle classi terze, nell’ambito del progetto Leonardo: si proponeva un soggiorno di quattro settimane (una di studio di microlingua e tre di stage) in Inghilterra, Spagna o Germania. Io ho scelto l’Inghilterra, e sono stato inserito in un gruppo di venti ragazzi (di cui due maschi e diciotto femmine), per il periodo metà agosto-metà settembre 2005.

Devo sottolineare che sia le ore di studio, in cui si parlava e si svolgevano test (il nostro livello di inglese già doveva essere alto per essere ammessi, quindi non abbiamo dedicato molto tempo a grammatica o concetti base), sia il lavoro, che consisteva più che altro nell’aiutare i dipendenti delle diverse realtà in cui eravamo inseriti, passavano molto in fretta: parlo di circa sei ore al giorno, contro moltissimo tempo per lo svago, tranne per alcuni di noi che lavoravano fuori città e quindi dovevano passare anche molto tempo sui mezzi pubblici.
Il tempo libero comprendeva ritrovo al centro, rappresentato dalla Churchill Square, intorno alla quale c’erano negozi, ristoranti e club, e poi una passeggiata sul lungomare, oppure fino al Brighton Pier (molo che ospita bancarelle, chioschi, e un vero e proprio luna park alla fine). La sera si poteva scegliere tra diversi pub, il più gettonato da noi era uno col biliardo, o club quali il famoso “Event”: attenzione però che non eravamo tutti maggiorenni quindi a volte siamo stati rimbalzati (a me è successo per il mio abbigliamento e come Doc in Ritorno al futuro ho pensato: “Chi se ne frega!”); oppure il già citato Pier. Gli orari di ritorno erano più elastici perché la nostra famiglia ci aveva dato un mazzo di chiavi, ma comunque limitati dai mezzi pubblici, se non volevamo camminare un bel po’.

Abbiamo inoltre occupato, con una buona auto-organizzazione, i weekend:in due occasioni ci siamo recati a Londra, che abbiamo potuto visitare in maniera esaustiva, ma senza entrare nei musei o nei palazzi, dedicando anche, per la gioia delle molte ragazze del nostro gruppo, un pomeriggio ad Harrod’s. Abbiamo anche trovato il coraggio di andare al mare, e alcuni di noi anche la pazzia di fare il bagno (secondo voi avrei potuto esimermi?): comunque posso affermare con cognizione di causa che il Canale della Manica in settembre non è il litorale più ospitale, ammesso che lo sia in altri periodi!

Infine, devo riportare un piccolo (grande se dovesse essere confermato) rammarico: il mio compagno di stanza giura di aver visto Ozzy Osbourne sulla spiaggia mentre io ero rimasto a finire un lavoro…spero non sia vero!

Norwich


Il viaggio a Norwich è quello più distante nel tempo di cui parlerò in questo blog. È stato molto importante per me, tanto da comportare dei cambiamenti profondi nel mio essere e nel mio modo di relazionarmi con il mondo, paragonabile soltanto al viaggio in Brasile di cui avrete resoconto tra qualche puntata. Vediamo perché.

In primo luogo, si è trattato, per quanto mi riguarda, del primo viaggio “lungo” (due settimane) senza i miei genitori o altri componenti della mia famiglia: fu infatti il mio primo viaggio-studio, all’età di 16 anni, nel febbraio 2004, con la mia ed un’altra classe, e alcuni insegnanti. La nostra sistemazione comprendeva vitto e alloggio, in coppia, presso famiglie ospitanti.
La tabella di marcia prevedeva la partecipazione alle attività di una scuola di lingua inglese per stranieri, cioè lezioni al mattino e altre attività, quali escursioni e conversazioni, al pomeriggio; una visita a Londra e una a Cambridge. Data la nostra giovane età, le uscite extra erano limitate la sera (fino alle 23 mi sembra di ricordare) e nei weekend, ma spesso le famiglie si accordavano per attività comuni.
Era inoltre la prima volta che viaggiavo in aereo. Successivamente, avrei volato almeno una volta l’anno (spesso anche di più), tranne proprio in questo 2015 che però non si è ancora concluso.

Di Norwich ricordo in particolar modo il clima, piuttosto freddo (ha anche nevicato in qualche occasione) ma non così umido come ci si potrebbe aspettare dall’Inghilterra; la conformazione della cittadina, su più collinette, in modo che il centro risultava rialzato e dominante rispetto alla periferia; il City Hall, moderna costruzione di vetro e acciaio nel centro in stile gotico, come la vicina chiesa; il Marketplace, piazza del mercato dove spesso trascorrevamo le nostre ore libere; il King’s pub, l’unico che faceva entrare e vendeva alcolici ai minorenni (peccati di gioventù…); il castello in alto su una collina che ospitava al suo interno il Castle Mall…ripensandoci, mi ricordo un sacco di cose nonostante il tempo trascorso!

Berlino (secondo viaggio)


Il mio secondo viaggio a Berlino è stato una vera e propria corsa contro il tempo: in tre giorni, praticamente (considerando che siamo arrivati il lunedì pomeriggio con nessuna voglia di andare in giro e che siamo partiti il venerdì mattina), ho dovuto concentrare il maggior numero di luoghi da visitare possibili, visto che la mia ragazza che è venuta con me non ci era mai stata. Sottolineo che si è trattato del primo viaggio insieme, nel marzo del 2012, pianificato anche in occasione della mia laurea, ma anche e soprattutto per stare assieme qualche giorno.

L’hotel, modesto due stelle, era collocato sulla Wittembergplatz, per capirci all’inizio della Ku’damm e dove si incrociano tre linee di metro e diverse linee di autobus diurni e notturni, in un palazzo che ospitava diverse attività commerciali e ricettive, e per questo non facile da rintracciare. Comunque, considerando anche il prezzo pagato e soprattutto la posizione centralissima, non ci possiamo lamentare.

Ora, per quanto riguarda le visite, abbiamo quasi completamente doppiato quelle effettuate la mia prima volta, saltando però di entrare nei musei per questioni di tempo, ma abbiamo aggiunto il Duomo, la cittadella medievale di Spandau, Alexanderplatz vista bene stavolta (senza la neve), il famoso zoo di Berlino.
Abbiamo cenato fuori, spesso in ristorantini carini ma privilegiando sempre la tipicità, preferendo magari uno spuntino a pranzo dopo una colazione più che abbondante, e qualche buon dolce ogni tanto! Ricordo con particolare affetto il già citato Alt Biersalon, la pasticceria di Spandau, il ristorante al secondo piano del Sony Center.

Non sono mancati gli screzi, dovuti soprattutto alla novità della convivenza e al fatto che ancora non ci eravamo ben addomesticati (cit. “Il piccolo principe”), e al ritmo che cercavo di tenere nelle visite per non farle perdere niente. Devo dire che effettivamente ho un po’ esagerato in questo.

Comunque sia, sono qui a parlarne con emozioni positive, inoltre siamo ancora assieme oggi più che mai, quindi tutto è bene quel che finisce bene!