martedì 2 febbraio 2016

Berlino (primo viaggio)


Il mio primo viaggio a Berlino, da stage che avrebbe dovuto essere, è stato quasi una vera e propria vacanza, con tutto quello che ne consegue.
Anche in questo caso, la mia scuola ci propone la possibilità di fare il tirocinio obbligatorio all’estero: si apre una finestra su Berlino, e io e altri due miei compagni non ce la facciamo sfuggire. Veniamo a conoscere il periodo, gennaio 2006, compriamo i biglietti e prepariamo i bagagli con i vestiti pesanti: si parte!

Arriviamo dopo due cambi di metropolitana in una stazione posta sopra il fiume (interscambio tra le linee 1 e 7, me lo ricordo come fosse ieri), “scendiamo” e ci avviamo su questa strada a senso unico (abbiamo poi scoperto che l’altro senso di marcia era dall’altro lato dello stesso fiume) e ci presentiamo. La sede principale però, era esattamente dirimpetto: torna indietro, valigie e tutto, io con un raffreddore che non vi dico, passa il ponte e “Guten Abend!”.

Una volta sistemati nella camera, veniamo a sapere che il nostro lavoro consisterà principalmente nell’aiutare a preparare e servire la colazione, lavare e pulire a servizio terminato, e poi svolgere altre piccole mansioni (incluso spalare la neve e trasformare una sala colazioni in sala conferenze e poi ritornare alla conformazione originale) per un totale di circa sette ore lavorative al giorno, con due riposi variabili la settimana. Perfetto! Ciò significava che avremmo avuto tutti i pomeriggi e le sere libere, nonché alcuni giorni interi, a discapito solamente delle levatacce mattutine. La colazione era ovviamente compresa, da consumare piuttosto velocemente prima della venuta dei clienti, mentre per gli altri pasti ci si doveva arrangiare. Ma la struttura disponeva anche di una cucina comune e di un frigorifero dove conservare i propri cibi, confidando nel buon senso degli ospiti, generalmente giovani disponibili e dal grande spirito di adattamento (come la denominazione di “ostello” richiederebbe peraltro). Aggiungiamo una lavanderia a gettoni liberamente utilizzabile e abbiamo ottenuto tutti i servizi primari a prezzo molto vantaggioso.

Grazie all’organizzazione degli orari descritta sopra, abbiamo potuto visitare la città in lungo e in largo. Parliamo di Isola dei Musei, con il famoso Pergamon, il viale Unter den Linden, Alexanderplatz (anche se velocemente perché “c’era la neve” come nella canzone di Battiato), la Porta di Brandeburgo e Pariserplatz, il Tiergarten, il Sony Center (presso Potsdamerplatz), Checkpoint Charlie, i resti del Muro vicino alla Sprea, il pittoresco quartiere di Spandau, lunghe camminate per la Ku’damm, la via dei negozi e delle attrazioni, i famosissimi magazzini Ku’dorf, paragonabili all’Harrod’s londinese, il campo di concentramento di Sachsenhausen (appena fuori città), e chi più ne ha più ne metta.
La sera non c’era che l’imbarazzo della scelta. A nostro gusto abbiamo privilegiato i pub e i tipici Biergarten, ma non abbiamo mancato alcune serate in discoteca e la festa di compleanno di una nostra collega.

Vorrei infine ricordare di questo soggiorno un incontro inaspettato: recatici all’Alt Berliner Biersalon, secondo il nostro stile, per una birra e uno spuntino di fine giornata, ci rendiamo presto conto di essere gli unici clienti (l’ora era molto tarda), assieme ad altri due accomodati a una certa distanza da noi. Osservando bene uno dei due, mi sembra di riconoscere l’attore Jeff Goldblum, protagonista de “Il mondo perduto” di Steven Spielberg (già coprotagonista nel primo capitolo di “Jurassic Park”) e di “Independence Day” di Roland Emmerich, tra gli altri. I miei amici dubitano (“che cavolo ci fa un attore di Hollywood qui, da solo?”). Senonché, dopo un po’, vediamo i camerieri che vanno a chiedere di fare delle foto con lui. Scatto e ne chiedo una a mia volta: ci mettiamo tutti davanti all’obiettivo, e io rimango tagliato!

A presto con il secondo capitolo su Berlino!

Un genio (quasi) dimenticato: Philip K. Dick


Philip Kindred Dick (1928-1982) è stato uno dei più grandi autori di fantascienza della storia.
Iniziò a scrivere nel 1949, anno della prima pubblicazione ufficiale, mentre frequentava la rinomata Università della California a Berkeley (percorso di studi interrotto a causa del suo pacifismo, che lo portò a rifiutare il servizio militare, e dell’opposizione al maccartismo), e non smise fino a pochi mesi prima della morte: stiamo parlando di decine di romanzi e centinaia di racconti brevi, recentemente ripubblicati in Italia dall’editore Fanucci.

Le sue opere, ambientate in un prossimo futuro, affrontano diversi temi e problematiche, tra cui (tra parentesi alcuni titoli di romanzi sull’argomento):
- le conseguenze della guerra atomica, che ha reso la Terra un luogo inospitale dove vivono creature mutate geneticamente ed esseri quasi-umani dagli strani poteri (Deus Irae, Cronache del Dopobomba);
- la sovrappopolazione e la longevità (Svegliatevi, dormienti);
- i viaggi spaziali e i rapporti molto spesso tesi con varie razze aliene (I giocatori di Titano);
- il pericolo di società future distopiche (La svastica sul sole, Redenzione immorale);
- la creazione dell’intelligenza artificiale e le problematiche morali collegate (Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, I simulacri)
- il viaggio nel tempo e in altre dimensioni (Ubik);
- le esperienze extrasensoriali, anche tramite sostanze stupefacenti.

Forse i titoli proposti non vi diranno niente. Proviamo in un altro modo: conoscete il film Blade Runner? Quello in cui un ottimo Rutger Hauer, interpretando l’automa Roy Batty, recita la celeberrima battuta
“Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire.”
Bene. La pellicola, girata dal grande Ridley Scott e uscita nelle sale nel 1982, è tratta liberamente dal romanzo Ma gli androidi sognano pecore elettriche?.
Sorpresi?
In realtà molti film, anche di successo, sono ispirati dalle opere di Dick, soprattutto da alcuni suoi racconti. Oltre al già citato Blade Runner, vorrei ricordare:
- Atto di forza (1990, con Arnold Schwarzenegger e Sharon Stone), e il remake intitolato Total Recall (2012, con Colin Farrell, Kate Beckinsale e Jessica Biel), tratti da Ricordiamo per voi, nei quali il protagonista, deciso a simulare un viaggio su Marte, sogno della sua vita, tramite una tecnologia che produce anche un finto ricordo dell’esperienza, si risveglia con ricordi reali di una missione da lui compiuta quando lavorava per un’agenzia segreta, che gli erano stati cancellati dalla memoria al suo ritorno. Si affrontano così temi come la pericolosità della tecnologia troppo avanzata, il viaggio extrasensoriale, il controllo della mente da parte delle autorità governative o di società private;
- Screamers - Urla dallo spazio (1995), tratto da Modello Due, in cui i protagonisti sono delle macchine assassine utilizzate da una delle due fazioni in guerra per l’accaparramento di una nuova risorsa energetica, sul lontano pianeta Sirius 6B. Gli screamers, per evitare di essere distrutti dopo la fine delle ostilità, si evolvono e si modificano prendendo le sembianze di bambini, donne e uomini, provocando scompiglio e incredulità;
- Impostor (2001), tratto dal racconto omonimo, narra le vicende di uno scienziato dipendente del governo di una colonia spaziale, il cui lavoro consiste nel mettere a punto un’arma per sconfiggere gli alieni che sovente tentano di intrufolare tra la popolazione automi da usare come spie, perfettamente uguali agli umani e convinti di esserlo. Il protagonista viene arrestato perché sospettato di essere lui stesso un robot e, abbandonato dalla moglie e dagli amici, tenta disperatamente di provare la sua innocenza;
- Minority Report (2002, con Tom Cruise e Colin Farrell), tratto da Rapporto di minoranza, è forse il più noto dopo Blade Runner. Un ufficiale di polizia, del reparto pre-crimine (che utilizza i poteri di tre fratelli con il dono della preveggenza, detti “precog”), scopre che commetterà un omicidio a sfondo passionale. Convinto della sua estraneità al fatto, anche perché non conosce la vittima, fugge con il precog più potente, la femmina, cercando di provare la fallibilità delle previsioni su cui si basa l’intero sistema giudiziario;
- Paycheck (2003, con Ben Affleck e Paul Giamatti), basato su I labirinti della memoria, è la storia di un ingegnere che firma un contratto milionario con una società per la realizzazione di una tecnologia innovativa e potentissima. Al suo risveglio non si ricorda quanto avvenuto nelle settimane precedenti, come previsto clausola del contratto, senonché scopre di non essere stato pagato e di possedere solo una scatola contenete oggetti disparati e all’apparenza inutili. In realtà sono degli indizi che dovrà seguire per riprendersi i suoi ricordi;
- Next (2007, con Nicholas Cage, Jessica Biel e Julianne Moore), tratto dal racconto Non saremo noi, in cui il protagonista ha il dono di vedere l’immediato futuro (il limite è di due minuti, tranne per i fatti che coinvolgono la donna che ama): inizialmente utilizza il suo potere per vincere al gioco, ma poi viene ricercato dall’FBI per sventare un attentato terroristico;
- I Guardiani del destino (2011, con Matt Damon e Terence Stamp), tratto da Squadra riparazioni, narra la storia di un membro del congresso che un giorno conosce una ballerina e si innamora, ma una serie di eventi, che il protagonista percepisce come non casuali, tenta di impedire la loro relazione.

Temi scottanti, affascinanti, inquietanti costituiscono quindi l’ossatura di opere che, grazie all’abilità e al genio dell’autore, prendono vita e sostanza, creano universi paralleli, esperienze visionarie, personaggi incredibili, storie al limite dell’immaginabile che resteranno per sempre nella mente e nel cuore degli appassionati.

I modi di dire: una meraviglia italiana (prima parte)


Recentemente ho avuto l’occasione di riflettere su quanti modi di dire esistono, in lingua italiana, relativi alla disciplina del pugilato. Di conseguenza, ho pensato di raccogliere alcuni detti e modi di dire che ritengo particolarmente affascinanti e peculiari.

Cominciamo proprio dall’ambito della boxe, la “nobile arte”. Quante volte abbiamo sentito dire “sei suonato”, “gettare la spugna”, “è alle corde”, fino al famosissimo (sono certo che ognuno di noi lo usa almeno una volta al giorno) “K.O.”? Anche se non ci abbiamo mai pensato, tutte queste frasi brevissime ma di immediato impatto provengono proprio dal mondo del pugilato. Vediamole insieme.
L’aggettivo “suonato”, mutuato dal participio passato del verbo suonare, indica il suono della campanella, azionata dai giudici di gara, che determina la fine dell’incontro di boxe. Spesso l’atleta sconfitto ne esce disorientato e scosso, a volte privo di sensi: la persona cui ci si riferisce nella vita di tutti i giorni presenta quindi, secondo chi usa il termine, la caratteristica di agire in maniera scriteriata.
Gettare la spugna” descrive invece l’azione compiuta dall’allenatore (proprio il gettare in mezzo al ring la spugna che solitamente si usa per idratare il volto del pugile), che, colta la grave difficoltà in cui si trova il suo pupillo, preferisce porre fine all’incontro che assistere a una penosa sconfitta.
Una persona si definisce “alle corde” quando si trova in una situazione senza via di uscita: l’espressione ricorda infatti molto bene la posizione del pugile, sul bordo del quadrato, in balia dell’avversario, senza scampo.
“Oggi sono proprio KO”. Chi non l’ha mai detto? Bene, le due letterine stanno a significare “Knock out”, termine inglese usato in molte discipline di lotta per indicare la definitiva sconfitta di uno dei due atleti. Il KO può essere determinato dall’arbitro, secondo il proprio giudizio, anche se l’interessato potrebbe o vorrebbe continuare l’incontro.

Spostiamoci, ora, ma di poco. Avete mai sentito dire, in dialetto romanesco, “te gonfio”? Si tratta di una minaccia, non troppo velata, di pestare il malcapitato fino a provocare ematomi che vanno, di fatto, a gonfiarne il volto. Questa espressione è stata resa celebre dagli innumerevoli film di genere “commedia all’italiana”, spesso ambientati a Roma o dintorni, ma per fortuna quasi sempre si trattava solamente di un espediente narrativo per strappare una risata al pubblico.

Cambiamo decisamente argomento per uno dei miei detti preferiti: costruire una “cattedrale nel deserto”. È oramai una figura retorica molto utilizzata (purtroppo), ad esempio in gergo giornalistico, per descrivere un’opera, pubblica nella maggior parte dei casi, maestosa, enorme, costosa, ma di dubbia o alcuna utilità: immaginatevi la costruzione di una cattedrale nel deserto, un edificio monumentale, dispendioso in termini di risorse, tempo e denaro, che rimarrebbe sempre chiuso per assenza di fedeli...

Spinte indipendentiste: il caso Transnistria


La Transnistria (nome ufficiale in lingua romena Unităţile Administrativ-Teritoriale din Stînga Nistrului, Unità amministrativa territoriale di Transnistria) è uno stato de facto indipendente dal 1990, anche se non riconosciuto dai Paesi membri dell’ONU, attualmente rivendicato dalla Moldavia e posto sotto tutela della Russia.
Si colloca lungo il confine tra Moldavia e Ucraina, a est del fiume Nistru (Dnestr), da cui prende il nome.
La popolazione ammonta a circa 600.000 persone distribuite per lo più nelle città principali, Tiraspol, la capitale, e Bender (nome di origine turco e comunemente più usato, in alternativa si può trovare il termine daco Tighina). I gruppi linguistici moldavo, ucraino e russo sono egualmente distribuiti (circa 30% cadauno, dati del 2004): il confronto con il censimento precedente (1989) indica un sensibile calo della popolazione moldava, probabilmente causato da emigrazione interna o esterna.Come tutta la Moldavia, infatti, la regione è caratterizzata da una forte emigrazione, anche verso l’Italia. La lingua moldava, comunque, qualora ne venga concesso l’uso (la lingua ufficiale è il russo), deve essere scritta con caratteri cirillici, così come le targhe automobilistiche (si tratta di un unicum: anche in Russia e Bielorussia, ad esempio, si usano caratteri latini, o, meglio, caratteri comuni ai due alfabeti).
Le istituzioni attive sul territorio comprendono forze armate e paramilitari, equipaggiate anche con mezzi aerei, un contingente di soldati russi (circa 2000 unità), ufficialmente posti a difesa di depositi di armi di eredità sovietica, e una polizia di frontiera.
L’ex Presidente, Igor' Nikolaevič Smirnov, è anche titolare dell’azienda più importante del territorio, denominata Sheriff, che controlla virtualmente l’intera economia della regione, purtroppo fortemente influenzata dal contrabbando di armi e stupefacenti e dal transito di clandestini diretti verso l’Europa occidentale. La moneta corrente è il rublo della Transnistria, non riconosciuta dai circuiti internazionali.
La Transnistria è membro fondatore, assieme a Ossezia del Sud e Abkazia (altri due Stati de facto indipendenti ma riconosciuti solamente dalla Russia), della Comunità per la Democrazia e per i Diritti dei Popoli (istituita il 17 novembre 2006).

Recentemente, a seguito delle vicende ucraine, l’attenzione verso questa regione è aumentata e il governo stesso ha chiesto l’adesione alla Russia così come la Crimea.
La spinta secessionista (anche se pare trattarsi più di desiderio di venire annessi dalla Russia) della Transnistria è stata paragonata a quelle scozzese, catalana, veneta o fiamminga. A mio parere, i casi non sono paragonabili.
Tutti gli esempi citati, infatti, hanno almeno un punto in comune tra di loro: una lingua (talvolta declassata a dialetto) corrente, utilizzata dalla maggior parte della popolazione, diversa da quella ufficiale dello Stato.
Un altro punto fisso è costituito dal riconoscimento, da parte dei diretti interessati e anche della storiografia, di un passato in cui la regione era indipendente (Scozia, Repubblica Serenissima) e rifiutava rigorosamente l’annessione, fino a diventare scenario di sanguinose guerre. Inoltre, di recente, abbiamo avuto diverse manifestazioni di come la spinta indipendentista sia forte: cortei in Catalogna (gli organizzatori e la polizia hanno dichiarato la presenza di quasi due milioni di persone a Barcellona l’11 settembre 2014), in Veneto (soprattutto a Venezia, ma è d’obbligo citare le Feste del Popolo Veneto che si tengono annualmente a Cittadella -provincia di Padova- e in altre località); sono stati anche indetti dei referendum di consultazione popolare, primo fra tutti quello scozzese, ufficiale, che ha rischiato effettivamente di produrre una scissione tra la Scozia e il Regno Unito, poi quelli in Veneto e Catalogna, dal valore solo simbolico e forse poco indicativi delle reali volontà della popolazione; da sottolineare, inoltre, l’importanza che i partiti indipendentisti fiamminghi stanno acquisendo nella politica nazionale belga.
Il caso della Transnistria sembra non presentare nessuna di queste caratteristiche, tranne forse l’organizzazione di mobilitazioni popolari e l’istituzione di feste “nazionali”. Il punto cruciale è costituito dal fatto che la spinta all’indipendenza o all’eventuale annessione da parte della Russia arriva, appunto, solamente dai cittadini e dai militari di origine russa. Questi negli ultimi anni si sono resi protagonisti di gravi manifestazioni di forza, come la chiusura forzata di sei scuole in lingua moldava nel 2004.

Comunque, la Transnistria non sembra rivestire l’importanza strategica di regioni come la Crimea o il territorio di Donetsk-Luhansk. La prima, infatti, è abitata in maggioranza da russi ed è rivendicata dalla Federazione, inoltre ospita truppe e parte della flotta russe. Il secondo, invece, è posto al confine geografico e politico tra il governo filoeuropeo di Kiev e quello di Mosca.

Il governo moldavo, dal canto suo, è decisamente proiettato verso ovest, posizione che ha prodotto come risultato, tra gli altri, la decisione da parte della Russia di non importare vino dall’ex repubblica sovietica: misura quantomai punitiva, considerato il fatto che si tratta di uno dei prodotti agricoli più importanti.

Rapporti economico-politici tra Brasile e Russia


La prima metà del mese di luglio 2014 non è stata solo il periodo conclusivo del Campionato mondiale di calcio,nemmeno per il Paese ospitante, il Brasile.
La Presidente Dilma Rousseff, infatti, si è ripresa molto velocemente dalla figuraccia rimediata sul campo dalla sua nazionale, tornando a concentrarsi sull’economia. Il 13 luglio, infatti, alla vigilia del IV Summit dei Paesi cosiddetti “BRICS” (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica), la signora Rousseff ha incontrato personalmente il Presidente russo Vladimir Putin, allo scopo di rilanciare (con l’obiettivo di raddoppiare) i rapporti bilaterali tra i due Stati. Una volta riconosciuto che il valore degli scambi commerciali ha subito un leggero calo nel 2013, attestandosi a circa 5,5 milioni di dollari, hanno dichiarato che il gap verrà recuperato e il valore potrebbe raddoppiare a medio termine. In particolare, il presidente Putin si è detto molto soddisfatto del rapporto con il Brasile e sicuro che i due Paesi, collaborando insieme, potranno risolvere tutti i problemi che hanno portato alla recente frenata negli investimenti.

Uno dei settori più interessati appare l’industria, in particolare quella altamente tecnologica: numerose aziende russe del settore sono infatti attive sul territorio brasiliano.Da segnalare, in relazione a questo, la decisione presa dai Paesi dell’Unione Europea di proibire l’esportazione verso la Russia di beni che possono essere utilizzati nel processo di estrazione e lavorazione del petrolio, quali tubi e accessori, macchinari per il sollevamento e loro parti, pompe idrauliche e loro parti, autoveicoli per usi speciali (gru, autopompe, betoniere), piattaforme di perforazione (“Official Journal of the European Union”, 13.07.2014, I.229).

Una notizia più recente riguarda inoltre l’import-export di prodotti alimentari. Dopo la decisione di Mosca di bloccare l’importazione di molti prodotti (tra cui carne e insaccati, pesce, verdura, frutta, latte e derivati, preparazioni alimentari di vario tipo) da Unione Europea e Stati Uniti, come conseguenza alle sanzioni legate alla crisi ucraina (“Ukaza Presidenta Rossijskoj Federacii ot 6 Avgusta 2014 / 560” - “Decreto del Presidente della Federazione Russa del 6 Agosto 2014 / n. 560”), appare chiaro che altri Paesi ne trarranno vantaggio. Uno di questi è senza dubbio il Brasile.
Neri Geller, Ministro dell’agricoltura, ha dichiarato che il Paese sudamericano aumenterà l’esportazione di carne e latticini proprio verso la Russia. Questo rappresenta un’opportunità molto gradita ai produttori che hanno registrato un certo calo nel mercato interno. Attualmente, il Brasile esporta verso la Russia 47mila tonnellate di pollame, 134mila tonnellate di carne suina e 330mila tonnellate di carne bovina.
Questa apertura del governo di Mosca rappresenta un novità in quanto finora la Russia era sempre stata reticente a importare prodotti destinati all’alimentazione umana dal Brasile, soprattutto per motivi igienico-sanitari.

Gli Stati Uniti per il momento incassano il colpo, anche perché oltre al Brasile procedono in questa direzione altri Stati latinoamericani, quali Ecuador, Cile, Argentina, tutte nazioni che hanno manifestato una precisa volontà di autonomia da Washington. Inoltre, i BRICS, durante il già citato summit, si sono proposti di creare enti di credito alternativi al Fondo Monetario Internazionale e alla Banca Mondiale, nei quali nonostante la loro potenza economica hanno veramente scarso potere politico. Tra le proposte figura una nuova banca per lo sviluppo, che,nei piani dei Paesi fondatori, potrà disporre di un capitale iniziale di cento miliardi di dollari, a partire dal 2016. L'idea è quella di giungere all'obiettivo, tutt’altro che semplice, è di superare il dollaro come valuta di riserva.

Viene da chiedersi però quali potranno essere le contro-contromisure da parte degli Stati Uniti nel caso in cui questi progetti andassero in porto. Washington si trova nella posizione di dare un ultimatum ai partner latinoamericani (“O con noi o contro di noi”)? I Paesi citati si troverebbero quindi di fronte a una scelta difficile che potrebbe sconvolgere i rapporti economici e politici esistenti, con echi in tutto il mondo.


aggiornato ad agosto 2014

I dieci consigli di John Titor


John Titor è (o è stato) un sedicente viaggiatore del tempo, che sarebbe, a suo dire, tornato dall’anno 2036 al 1975, per recuperare un particolare computer che avrebbe potuto risolvere un problema di bug che si presenterà (uso il futuro indicativo perché è opinione diffusa tra gli informatici che il problema si potrà verificare realmente; per ulteriori informazioni vedi https://it.wikipedia.org/wiki/Bug_dell%27anno_2038) nel 2038. Lungo il percorso temporale, inoltre, si sarebbe fermato a cavallo tra 2000 e 2001 per vedere sé stesso da piccolo, incontrare i suoi genitori, raccontare i successivi trent’anni di storia e fornire consigli su come comportarsi in preparazione dell’imminente (a suo dire) Terza guerra mondiale, che avrebbe dovuto iniziare nel 2005.
Ora, nonostante l’impatto mediatico generato nella rete, dove interagiva con altri lettori di forum col nickname “TimeTravel_0”, fino a trovare spazio in programmi televisivi e radiofonici scientifici o pseudoscientifici (in Italia se ne è occupato ampiamente “Voyager”, in onda su Rai2), la sua storia appare quantomai costruita ad arte, probabilmente da un megalomane per ottenere visibilità.

A mio parere però, i consigli che ha lasciato ai suoi interlocutori, raccolti nel decalogo sottostante, potrebbero essere utili a tutti. Vediamoli assieme.
1. Non mangiate e non fate uso di prodotti animali che a loro volta si siano nutriti e abbiano mangiato i loro simili morti.
2. Non baciate e non abbiate relazioni intime con qualcuno che non conoscete.
3. Imparate la sanità di base e la purificazione dell’acqua.
4. Sentitevi a vostro agio tra le armi da fuoco. Imparate a sparare e a pulire una pistola.
5. Procuratevi un buon kit di pronta emergenza e imparate ad usarlo.
6. Trovate 5 persone nel raggio di 100 miglia di cui vi fidate e rimanete in contatto con loro.
7. Procuratevi una copia della Costituzione americana e leggetevela.
8. Mangiate meno.
9. Procuratevi una bicicletta e due ruote di scorta. Allenatevi a percorrere 10 miglia a settimana.
10. Pensate a quello che volete portare con voi se doveste lasciare la casa in 10 minuti per non farvi mai più ritorno.
La maggior parte di essi (punti 1, 3, 8, 9) sembra abbia lo scopo di insegnarci a vivere in maniera più sana, in particolare a mangiare di meno, scegliere alimenti più puri e naturali, tenersi in allenamento. Altri si concentrano sulla sopravvivenza, verosimilmente in caso di calamità improvvise o attacchi di tipo militare (4, 5, 10). Altri ancora si concentrano sulle relazioni interpersonali (2, 6). Il più curioso è il punto 7, riguardante la Costituzione americana: probabilmente il fantomatico John Titor si affida ai dettami del documento e crede che i principi in esso contenuti possano essere di aiuto in situazioni drammatiche, quali guerra civile e disordine sociale, da lui ampiamente previste.

Se li dovessi trovare in un articolo, in un sito web, in un post, questi consigli mi sembrerebbero formulati da una persona sì piuttosto paranoica, ma in fin dei conti basati sul buonsenso (tranne forse il punto 4, sulle armi da fuoco): a mio parere, non c’è niente di male a consigliare di mangiare meno, fidarsi di pochi ma sicuramente onesti amici, evitare relazioni intime con sconosciuti, mantenersi in forma, imparare le basi del pronto soccorso. Io stesso credo già di attuare la maggior parte di essi, indipendentemente da John Titor o chi per lui.

In conclusione, dubito che la messinscena sia stata montata per nuocere a qualcuno, anzi, proprio grazie al decalogo, potrebbe essere utile e salvare la vita a molte persone.

Corea del Nord e Panem: realtà e distopia a confronto

La Corea del Nord (ufficialmente Repubblica Popolare Democratica di Corea) è tristemente nota per l’ormai pluridecennale governo totalitario di stampo socialista della famiglia Kim, iniziato con Kim Il-Sung nel 1948, proseguito con il figlio e attualmente retto dal nipote Kim Jong-Un, per i suoi metodi repressivi violenti (fanno scalpore soprattutto le assurde condanne a morte eseguite in modo raccapricciante), per l’estrema povertà cui il popolo è costretto, nonostante la propaganda dipinga il piccolo Stato asiatico come un paradiso terrestre.

Panem (dalla locuzione latina “panem et circenses”), invece, è lo Stato fantascientifico-distopico, nato dalle ceneri degli Stati Uniti, in cui hanno luogo le vicende della trilogia “Hunger Games” dell’autrice americana Suzanne Collins. Governato dispoticamente dal diabolico Presidente Snow, residente nella ricchissima Capitol City, che assorbe e consuma tutta la produzione dei dodici distretti (ognuno dei quali è addetto a produrre una sola tipologia di beni, ad esempio materie prime da estrazione, pesce, prodotti agricoli, legname), offre ai suoi cittadini protezione (contro le ribellioni che secondo la propaganda hanno causato in tempi antichi milioni di morti), cibo (al limite della denutrizione), e divertimento (costituito principalmente dagli Hunger Games che danno il nome alla saga: un terribile reality show in cui ventiquattro “tributi”, due per ogni distretto, si sfidano in un’arena, uccidendosi a vicenda finché l’ultimo sopravvissuto vince).

I punti in comune tra questi due regimi totalitari sono molteplici.

Il primo, ovviamente, riguarda la forma dello Stato: una dittatura personale (potremmo dire “familiare” nel caso coreano) che sotterra sistematicamente i diritti umani dei cittadini, nascondendosi dietro alla scusante della sicurezza dei cittadini stessi, quando invece la preoccupazione principale è il mantenimento dello status quo che assicura ricchezza e prosperità al Presidente e alla sua cerchia.
Direttamente collegato al primo punto, vi è il secondo: la propaganda, che si realizza principalmente attraverso la rielaborazione storica e l’autocelebrazione. Il “Caro Leader” Kim Il-Sung è infatti circondato da un’aura di santità, suo figlio (il “Presidente eterno” Kim Jong-Il) e suo nipote Kim Jong-Un seguono a ruota, tanto che i giorni dei loro compleanni sono importantissime feste nazionali. Lo stesso successo, ovviamente imposto, riscuote il Presidente di Panem Coriolanus Snow, acclamato e amatissimo dai suoi concittadini della capitale, verso cui si dimostra prodigo di lusso e festeggiamenti, mentre nei distretti, come afferma uno dei protagonisti, Peeta Mellark, “la gente muore di fame”. In entrambi i casi, inoltre, la storia viene rivisitata a favore dei vincitori e pesantemente a sfavore di qualsiasi devianza dall’ortodossia: lo status attuale viene presentato come l’unico e il migliore possibile.
Ciononostante, la popolazione vive nella povertà più assoluta, condita da frequenti interruzioni alla fornitura di derrate alimentari e di fonti energetiche. Per questo motivo, in Corea del Nord sono all’ordine del giorno pause forzate nella produzione industriale, scaglionamenti nell’irrorazione di corrente elettrica (basti osservare una foto satellitare notturna della regione) e ritardi anche molto consistenti nella circolazione dei mezzi pubblici. Per descrivere la realtà di Panem, è sufficiente riportare le diverse scene in cui la protagonista KatnissEverdeen attraversa senza problemi la recinzione del suo settore, che si presume elettrificata ma non lo è mai.
Una delle libertà calpestate in entrambi i casi è quella di circolazione. A Panem solo le forze di polizia (dette “Pacificatori”), i concorrenti e gli addetti ai lavori degli Hunger Games possono viaggiare tra i vari distretti, mentre il resto della popolazione vive tutta la vita nel proprio, nell’ignoranza di ciò che accade al di fuori. Per quanto riguarda la Corea del Nord, i visti in entrata e uscita sono molto difficili da ottenere, e sono riservati quasi esclusivamente alle delegazioni diplomatiche e sportive. I turisti, invece, devono sempre essere scortati da una guida attraverso percorsi determinati e devono astenersi da comportamenti e discorsi non ortodossi. I confini sono di conseguenza pesantemente pattugliati: tra le due Coree è stata creata una zona demilitarizzata, mentre a Panem sono state erette delle barriere invalicabili.
Parlando di sicurezza nazionale, è opportuno ricordare che entrambi i Paesi sono dotati di armi nucleari. La Corea del Nord possiede un reattore e conduce test nel sottosuolo, che hanno recentemente provocato terremoti. In “Hunger Games” si fa invece diretto riferimento a questo argomento quando si parla del Distretto 13 (dedito proprio alla produzione di armi nucleari), raso al suolo perché ribellatosi al potere centrale: in realtà proprio qui si annida la resistenza che detiene ancora questo tipo di armamenti.
Infine, è d’obbligo citare l’importanza dei giochi e dello sport nella celebrazione della grandezza dello Stato, punto in comune peraltro con qualsiasi regime totalitario. A Panem gli Hunger Games sono l’evento dell’anno, uno show televisivo che incolla tutti al teleschermo, muove l’economia con scommesse e aiuti materiali ai concorrenti favoriti o che risultano più simpatici, detta la moda (per la “sfilata dei tributi” i partecipanti vengono preparati e vestiti dagli stilisti più in voga); i vincitori sono dei veri e propri eroi e godono per tutta la vita di benefici e ricchezze inimmaginabili nel loro distretto di origine. In Corea del Nord è famosissimo il Festival di Arirang, in cui per due mesi giochi e performance di danza, ginnastica e coreografie celebrano la storia del Paese e della rivoluzione del Partito dei Lavoratori, in tono decisamente antioccidentale. Più in generale, la maggior parte della letteratura, della musica popolare, del teatro e del cinema glorificano i tre statisti.

Ancora una volta, quindi, è palese come la realtà possa stimolare la fantasia. Fortunatamente, finora non è riuscita a superarla: siamo infatti ben lontani del regime del SocIng e del Grande Fratello di “1984”, dal “Mondo Nuovo” immaginato da Aldous Huxley, dalla Terra post-guerra atomica immaginata e descritta in molte occasioni da Philip Dick (“Ma gli androidi sognano pecore elettriche?”, “Deus Irae”, “Cronache del dopobomba”), dallo stesso Panem e dai suoi Hunger Games.

Gli autori di fantascienza e fantapolitica forse stanno cercando di metterci in guardia dalle pericolose derive cui il comportamento dell’Uomo contemporaneo e le politiche perseguite dai governi potrebbero condurci.